Team building “di pancia”

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1. Le situazioni critiche

Si potrebbe chiamare “team building di pancia”, ma forse è prendersi troppa confidenza.

È un approccio formativo che, lavorando soprattutto sull’affettività e sul piacere di stare bene insieme, punta ad ottenere benessere relazionale, spirito di squadra, senso di appartenenza ed emozioni condivise. Stimola le pulsioni “di pancia” e prescinde da quelle “di testa”.

È il ”team building della relazione”, per distinguerlo dal “team building della prestazione”, spiegato benissimo da Oliviero Cappuccini nel suo bell’articolo sulla regata velica aziendale (vedi).

Il team building della relazione è particolarmente utile quando un gruppo di lavoro accusa delle situazioni critiche (reali o probabili) nelle dinamiche interne, cioè nelle relazioni tra le persone. Le più frequenti sono:

  • non comunicano: ognuno fa il suo compitino e difende l’orticello;
  • non si fidano gli uni degli altri: situazione tipica dopo un merger o un’acquisizione, tutti dubitano della buona fede altrui e si tende a vedere complotti ovunque;
  • si detestano senza mezzi termini: è guerra guerreggiata di solito tra fazioni; chi non prende partito può essere costretto a farlo o accusato di opportunismo;
  • sono demotivati: nessuno prende iniziative, non c’è voglia di migliorare e si tira a campare; “abbiamo sempre fatto così”, tipico dei gruppi di antica formazione e non incentivati;
  • non si conoscono, situazione tipica di un team appena formato; le dinamiche che si creano all’inizio condizionano il futuro.

2. Un po’ di team building della relazione

La prima mossa (obbligatoria) consiste nello stanare il gruppo dal suo contesto (il luogo fisico di lavoro) costringendo i componenti a “giocare fuori casa” e mostrarsi in una versione inedita, non più al riparo delle abitudini e dai ruoli. Se le attività si svolgeranno all’aperto (Outdoor Training, molto raccomandabile) anche l’abbigliamento concorrerà a mostrare un lato di ognuno diverso dal solito. Vedere il ragioniere correre su un prato in calzoncini … be’, può essere l’inizio di un certo cambiamento!

Le prime attività, cd. “ice breaking”, serviranno a rompere il ghiaccio e a familiarizzare con queste “nuove persone”. Saranno giochini facili, apparentemente infantili, che avranno il compito di creare buonumore (anche per la loro ingenuità) e di calare le persone nel giusto clima.

Un altro passaggio importante è quello del contatto fisico. Esistono giochi (tecnicamente “problem solving”) che inducono i partecipanti a toccarsi, spingersi, tirarsi, sostenersi, prendersi a cavalluccio o simili.

Ad esempio l’Acid River (fiume acido): i componenti di ogni squadra devono attraversare tutti insieme un “fiume acido” virtuale camminando su un certo numero di mattonelle. Nel caso uno dei partecipanti tocchi il suolo (finisca nel “fiume acido”), tutta la squadra dovrà ricominciare daccapo. I compagni di squadra devono aiutarsi nella traversata e da qui nascono i contatti più impensati e divertenti. E davvero sbloccanti.

Da notare che questi problem solving si fanno a squadre, ma con una competitività bonaria, anzi si tende a ridere, e le squadre si rifanno spesso durante la giornata, magari ad ogni gioco, in modo che tutti stiano con tutti.

Il contatto fisico, la regressione infantile, l’allegria delle situazioni buffe, favoriscono il nascere di una confidenza nuova, fatta anche di qualche sfottò, di scherzi … insomma si crea un’atmosfera veramente inedita per un gruppo di lavoro. Un po’ goliardica, ma è proprio quello che ci serve!

3. Dalla confidenza alla fiducia

A poco a poco la confidenza viene incoraggiata a trasformarsi in fiducia, ad es con la “levitation” (o levitazione), in cui il gruppo solleva un collega al di sopra delle teste e lo trasporta per un breve tratto preoccupandosi che non cada da quell’altezza. Il trasportato percepisce la tensione e la cura dei colleghi per la sua incolumità, al di là delle inevitabili battute. Dà un certo piacere “potersi abbandonare all’altro”.

Una prova di fiducia ormai diventata un classico è la “trust fall” (caduta della fiducia): a turno tutti i partecipanti si lasciano cadere di schiena da una certa altezza nelle braccia dei loro colleghi. A dirla così sembra banale, ma se non ti fidi dei colleghi … fa un certo effetto, credetemi. Eppure non ho mai visto nessuno rifiutare di lasciarsi cadere.

Il segreto perché queste tecniche funzionino e ottengano risultati è (paradossalmente) di non prenderle troppo sul serio. Sarà la sensibilità del trainer a orientare, utilizzare, incoraggiare e semmai stoppare certe “divagazioni” che, entro certi limiti, sono utilissime.

C’è però un rischio: che le attività vengano considerate dai partecipanti “un po’ sciocchine”. C’è sempre il tipo truce che borbotta “con tutto quello che c’è da fare in ufficio, noi siamo qui a fare i giochini”. Un bravo trainer non fa finta di non sentire, ma interviene in modo indiretto e molto soft per “recuperare” il brontolone.

4. Fare insieme

Le attività (outdoor o indoor) possono procedere in un crescendo di complessità e di impegno fino a diventare una vera prova di coesione e di efficienza del gruppo. Spesso è un “fare insieme”, e di solito è un “fare impegnativo”. Ad esempio un grande affresco fondendo diverse idee individuali (Action Painting), la realizzazione di un TG con relativi servizi (Cronisti d’Assalto) recitato in forma teatrale o, ancora, una prova di orientamento (Orienteering) con tappe di vario livello, fino all’impressionante passaggio su un ponte tibetano. Brainstorming, discussioni, decisioni e azione.

È qui che si crea l’esperienza condivisa che resterà nella memoria collettiva grazie alle emozioni che ciascuno avrà provato. Sono emozioni che ti salgono “dalla pancia”, per avercela fatta a terminare bene il lavoro, per aver camminato insieme nel bosco, per aver riso a crepapelle di una sciocchezza … è l’esperienza condivisa che porta alla maturità del gruppo. E sono le emozioni che ti fanno riconoscere quelle persone non più come dei semplici colleghi perché ”facciamo lo stesso lavoro nello stesso posto”, ma come il “tuo” gruppo, circoscritto dalle esperienze in comune, solo vostre: chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. Un gruppo di cui è diventato bello far parte.

5. E alla fine …

Il team building della relazione non è un pomeriggio di animazione al villaggio turistico. Pur nella sua lievità è un approccio formativo molto serio, perché coinvolge i rapporti di lavoro, tocca le paure individuali, i malesseri, i rancori, le chiusure e i pregiudizi, e poi crea relazioni nuove, coesione e perfino una scintilla di felicità. Utilizza un repertorio enorme di tecniche, di format e di attività, di giochi, di sfide e prove. Richiede professionalità, sensibilità e molto equilibrio in chi la conduce perché nella percezione di chi partecipa è sempre in bilico tra l’attività imposta e il disagio ad esporsi. Si cammina in un sentiero stretto, attenti a non diventare né pedanti né giulivi.

Eppure questo tipo di team building può sostenere la crescita del gruppo in un percorso auto-formativo molto interessante, che va dalla situazione critica alla maturità, attraverso alcuni passaggi obbligati: via dal luogo di lavoro, allegria e regressione infantile, divertimento, contatto fisico, confidenza, fiducia, esperienza condivisa, emozioni.

Immancabilmente il team building “di pancia” lascia il segno, accorcia le distanze, smussa gli spigoli, ridimensiona i problemi, ti fa dire “hai visto Tizio, chi l’avrebbe mai detto!”. Qualunque siano i progetti dell’azienda su quel gruppo, le aspettative, gli obiettivi … per farlo funzionare bene da qui bisogna passare. Dalla creazione di un legame intimo tra le persone, che non è un fatto razionale, ma totalmente e unicamente emotivo. Di solito si chiama spirito di squadra, e viene proprio dalla pancia!

 

Tratto da ItaliaConvention.it

(scritto da Davide Lentini – managing director TEAMBUILDING EXPERIENCE)

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